Fuga o viaggio. Quando finisce l’uno e inizia l’altra?

La fuga inizia come il viaggio

Il viaggio inizia quando non riesci più a vedere dietro di te la persona che ti ha accompagnato all’aeroporto, alla stazione, al porto.

Quando scompare dal finestrino o dallo specchietto retrovisore la mano che ti ha salutato fin quando ha potuto.

Quando resti solo con i tuoi bagagli e il tuo compagno di viaggio (se ne hai uno) a controllare per l’ennesima volta i documenti, il biglietto, l’orario.

Quando apri e chiudi a ripetizione la cerniera della tua borsa con una cadenza regolare, un ritmo che sembra rassicurarti. Controlli di non aver dimenticato nulla ma sai già di aver preso tutto quello di cui hai bisogno. Se poi qualcosa è rimasto a casa, ormai, comunque, è troppo tardi.

La mia fuga è iniziata proprio così, come un qualsiasi viaggio

Si è trasformata col passare dei giorni. Si è palesata e resa ufficiale solo dopo qualche mese, anno farei meglio a dire.

Ancora oggi non credo che sia chiara a molti tra amici e parenti che, instancabili quanto puntuali, ad ogni occasione utile, e a distanza di diversi anni dalla prima volta in cui mi hanno posto la medesima domanda, mi chiedono con aria curiosa: “Ma allora?! Quand’è che torni?”

Così, dopo cinque anni a Londra, ti tocca ancora spiegare che non sai esattamente quando e se tornerai in Italia.

Rassicuri sul fatto che al momento stai facendo un’esperienza all’estero che potrai giocarti un giorno come carta vincente in Italia o altrove, dove sicuramente troverai il lavoro dei tuoi sogni e la situazione di vita ideale solo in virtù del fatto che per qualche tempo ti sei sacrificato a vivere nella città più grigia d’Europa dove, quando il sole brilla, tu rinasci vedendolo rispecchiarsi e riflettersi in ognidove, comprese tutte le pozzanghere createsi nei lunghi giorni di simpatica “pioggerellina inglese” che a tratti si trasforma in piacevoli, quanto inattese, piogge torrenziali.

Ti dilunghi sulle  ipotetiche condizioni per il tuo rientro. “Quando le cose miglioreranno”, “quando la situazione economica si sistemerà”, “quando la mentalità cambierà” “quando troverai un buon lavoro” e via con la serie di improbabili e irrealizzabili possibilità che si manifestano in tutta la loro irrealizzabilità solo quando le pronunci a voce alta.

La controfuga

Malgrado le scarse probabilità che queste condizioni si concretizzino, il tuo cuore grida forte al rientro e le tue ossa inumidite chiedono pietà e allora davvero arriva il momento in cui rientrare a casa ti sembra l’unica cosa giusta da fare.

E chi se ne frega del lavoro, dei soldi, delle mille insidie, dei dubbi e delle perplessità e di fare i conti con la realtà!

L’idea c’è e la voglia pure. Questo conta.

Ti convinci allora di potercela fare e magari ti persuadi anche che potresti essere proprio tu a migliorare un pò le cose, sistemare un pò la situazione economica, magari inziando con un lavoretto extra per metterti da parte una cifra salvagente per i primi tempi in Italia, che sai già saranno duri e che sarà necessario stringere la cinghia per un pò. Tale lavoretto ti rovinerà il già instabile equilibrio psicologico e gli utlimi tempi di vita da auto-esiliato/espatriato/emigrato/migrante e chiamati come preferisci!

Ecco, io sono, per ora, in questa fase a metà tra lo speranzoso e il disilluso. Altaleno tra stati di entusiasmo e positività e grigi momenti di sconforto e lucidità che tanto si allineano a questo simpatico clima inglese.

Presa dalla brama di tornare tra le braccia di mamma Italia sono partita con la programmazione dettagliata del mio rientro nel Bel Paese.

Fingo di non cogliere il velato messaggio “ma che sei scema?! stai facendo una cazzata assurda Natà” che trasmettono gli occhi allucinati fissi su un punto oltre il mio orecchio destro dei miei amici più cari che, spinti dal desiderio di “incoraggiarmi” mi annunciano “Invece io stavo proprio pensando di trasferirmi dalle tue parti. Sai? L’esperienza all’estero, il lavoro, la crisi, le opportunità, i soldi, la famiglia, …” e via con la serie di interminabili motivi che spingono giovani (ormai non più solo quelli a dire la verità) a fare la valigia e darsi al viaggio-fuga.

Stavolta però faccio sul serio cazzo! Andrò avanti a testa bassa con questa mia pazza idea e incrociando tutte e venti le dita tra mani e piedi mi affiderò al santo più efficiente.

“A me piace il sud” e lì voglio tornare!

Giusto Rino?

3 risposte a “Fuga o viaggio. Quando finisce l’uno e inizia l’altra?

  1. Salve, questo è un commento.
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  2. Bellissimo post, in quanto emigrata migrante esiliata mi ci riconosco molto anche se io, non essendo pronta al ritorno, mi sono data alla grande fuga! in bocca al lupo!!! un bacione sere

    • In realtà più vado avanti nella ricerca di lavoro e meno mi sento pronta al grande rientro anch’io!ma vado avanti…tutte le strade portano a Roma!grazie!

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